E tu sai riconoscere la bellezza?

Buon anno a tutti! Dopo un lungo silenzio la redazione di Io amo il mio lavoro è tornata!

Come molti professionisti anche io sono iscritta a LinkedIn; è una piattaforma, un social network, per usare un linguaggio più contemporaneo, in cui hai la possibilità di tenere contatti con altri “addetti ai lavori” e soprattutto, cosa davvero interessante, sono presenti milioni di gruppi che collegano persone che operano in ambiti di competenza simili. In questi gruppi nascono spontaneamente discussioni alle quali tu puoi partecipare commentando i vari post.

Proprio in una di queste discussioni ho trovato un articolo interessante che racconta una storia non nuovissima, e che probabilmente molti di voi già conoscono, ma che è comunque vorrei condividere con voi e che ci offre l’occasione di riflettere.

Storia sulla bellezza: quante cose ci stiamo perdendo? Un violinista nella metropolitana. Una storia vera.
Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio. Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti. Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro. Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava.
Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista. Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi. Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di
suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, ne’ ci fu alcun riconoscimento. Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo. Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari. Questa è una storia vera. L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone. La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”. Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”

e noi cosa avremmo fatto? Ci saremmo fermati ad ascoltare la musica di Joshua Bell, o saremo scappati per il poco tempo a disposizione senza nemmeno accorgersi di chi avevamo davanti? Ovviamente non vuole essere un’inquisizione, ma ci può aiutare a riflettere su come i contesti influenzino le situazioni che abbiamo intorno: pensate a quante volte eventi e situazioni ci sono sembrate bellissime e affascinanti solo perché si svolgevano in un contesto che così era o viceversa situazioni che non abbiamo considerato o che abbiamo ritenuto poco interessanti solo perché si svolgevano in un contesto “non usuale”.

Ma allora, siamo davvero in grado di riconoscere la bellezza quando l’abbiamo davanti? Abbiamo bisogno di un contesto appropriato per riconoscerla e apprezzarla?

Buon Natale….

 

Cari Lettori,
il Natale è alle porte e vorremmo esprimervi i nostri più sentiti e cari auguri.
Auguri per un momento  di serenità con le persone a voi care, auguri per un nuovo anno pieno di emozioni e scoperte ed infine un augurio speciale tutto per voi: che possiate crescere giorno dopo giorno inebriati dell’amore di chi vi sta intorno. La natività è sempre un miracolo.

Lo Staff Personae
BeatriceGiovannaFederica

Internet per la pace?

“Oggi candidiamo internet al prossimo Nobel per la Pace”. La “proposta indecente” della rivista Wired, come era prevedibile, ha alzato un bel polverone.

Gli internauti si sono divisi senza esitazioni in due fazioni avversarie: favorevoli e contrari.Tutti si sono sentiti tirati in causa, hanno sentito la necessità di esprimere la propria opinione sia che fosse a sostegno dell’iniziative sia che fosse contro; questo perché in fondo internet non è altro che un insieme di persone che comunicano, parlano, si scambiano contenuti e informazioni e quindi in sostanza internet siamo noi. Più o meno questa è idea condivisa da entrambe le parti.

Gli ambasciatori di questa iniziativa sono personaggi molto eterogenei che portano a sostegno della causa motivazioni e convinzioni diverse, anche se il concetto di fondo resta lo stesso per tutti, cambiano sfumature e applicazioni.
Riccardo Luna, direttore di Wired Italia, vede Internet non semplicemente come una rete di computer ma piuttosto come una rete di persone, la più grande piattaforma di comunicazione che l’umanità abbia mai avuto: una vera e propria arma di costruzione di massa, la prima.

Anche Shirin Ebadi, Nobel per la Pace 2003, crede che internet sia una piattaforma di relazione e comunicazione, ed è proprio attraverso la comunicazione che l’umanità sta costruendo una cultura di solidarietà e confronto. Internet diventa quindi strumento di pace.

Umberto Veronesi, scienziato, crede che esista un Lingua Universale, capace di assicurare benessere e prosperità ai popoli: è la Lingua Universale della Scienza . Purtroppo poco conosciuta, Veronesi vede in internet il mezzo principe per diffonderla e renderla alla portata di tutti .

BJ Fogg, professore all’Università di Stanford, nel 2003 ha aperto un laboratorio per dimostrare come internet veicoli una cultura di pace.

Per Giorgio Armani internet ha cambiato le relazioni fra gli uomini: l’informazione non è più a senso unico come era una volta ma adesso c’è perfetta reciprocità fra chi riceve e chi dà notizie.
Sostenitori dell’iniziativa sono anche Chris Anderson, direttore di Wired Us e David Rowan, direttore di Wired Uk.

D’altro canto nei forum e nelle “stanze” del web si sono espresse anche molte persone che non credono in questa iniziativa e stanno cercando di ostacolarla.
Alcuni sostengono che non sia altro che un’iniziativa commerciale, una trovata pubblicitaria, lanciata da Riccardo Luna per creare attenzione intorno al suo giornale.  
Altri credono che non sia possibile premiare uno strumento che è anche veicolo di tante cose orribili, che avvengo costantemente e che provocano dolore.
Altri credono che internet sia solo uno strumento asettico e neutrale: non lo si può incolpare del male che succede nel web e dell’uso distorto che alcuni ne fanno, così come non lo si può premiare per i meriti di qualcuno che lo usa come strumento per il bene.
O ancora, pur riconoscendo la grandiosità di internet, qualcuno non riesce a vederci dietro l’intento pacifico.
E poi non si rischia di andare in una direzione sbagliata iniziando a premiare strumenti e macchinari piuttosto che le persone che li hanno pensati, progettati e realizzati?

Insomma, tanto ne hanno parlato e tanto se ne parlerà… noi vorremmo sapere come la pensate voi, cari lettori, quindi via ai commenti!

Un articolo veramente da non perdere!

Vi segnalo un articolo veramente interessante e curioso scritto da Francesco Morace.
Abbiamo parlato di lui e delle sue iniziative, fra cui l’associazione “The Renaissance Link“ anche in questo post!
L’argomento è la scoperta del “Terzo Rinascimento”, ma non vi voglio svelare altro… leggete e fateci sapere cosa ne pensate!

Buona lettura!

ADESSO TOCCA A LORO: gli imprenditori scendono in piazza

Flavia

Il mito della classe operaia che lotta e si ribella ai soprusi dei vecchi signori e padroni, in Italia non è mai tramontato. Cavalca ancora l’onda, come fossimo rimasti ai tempi in cui la rivoluzione c’era davvero, in cui due schieramenti distinti e in lotta, esistevano realmente.
Adesso le cose sembrano essere cambiate, maturate, nel vero senso della parola. Forse questa crisi, insieme a tutte le brutte notizie, alle paure, ai dubbi e alle insicurezze ha portato con sé anche un soffio d’aria fresca e pulita. In un certo senso si sta scrivendo una pagina di storia: imprenditori e lavoratori, questa volta, sono uniti e combattono dalla stessa parte!

E’ la storia di quell’ Italia che ha permesso al nostro paese di restare più o meno in piedi, che ha agito da ammortizzatore sociale, è la storia dell’Italia dell’economia reale, delle piccole e medie imprese, che costituiscono la stragrande maggioranza delle attività lavorative nel presente e passato italiano, basti pensare che nelle piccole imprese lavora l’80% dei lavoratori italiani. 
Sentiamo continuamente parlare di Fiat, Pirelli, Telecom, ma questi rappresentano solo  una minima parte della realtà italiana; in primo piano ci sono le aziende piccole e un po’ meno piccole, che tutti i giorni combattono contro questa crisi per salvare se stessi e i loro collaboratori.
Fiat può chiedere che il governo rinnovi gli incentivi statali per l’acquisto di auto, le piccole e medie imprese non godono di questa possibilità. Quindi, chi li aiuta?

Tutti, lavoratori, sindacati e imprenditori, hanno lo stesso obiettivo: difendere l’occupazione e rilanciare la produttività. Stanno insieme, tutti sulla stessa barca e, per la prima volta, cercano di remare all’unisono per arrivare in un porto sicuro.
Gli imprenditori, dal canto loro, hanno cercato di ricorrere a tutti i mezzi possibili per evitare i licenziamenti di massa: non solo cassa integrazione ma anche contratti di solidarietà o part- time.
I sindacati, stranamente, si stanno dimostrando collaborativi: per il momento non ci sono stati cortei, manifestazioni o scioperi. Cosa che sarebbe stata semplicemente impensabile in altri tempi.

E non è tutto. Nella puntata di Exit del 13 ottobre – programma di prima serata su La7 –  si è parlato di imprenditori che scioperano. Sì, non sono più gli operai a scendere in piazza armati di striscioni, bandiere, slogan e megafoni; questa è la volta degli imprenditori, che chiedono a gran voce aiuti per continuare a sopravvivere, sia per loro che per i propri collaboratori.
29 giugno 2009, Torino :  1.000 imprenditori scendono in piazza per protestare.
21 luglio 2009,  Roma: imprenditori da tutta Italia manifestano la loro disapprovazione e rabbia sotto il Ministero dell’ Economia.
9 ottobre 2009 :  Bossi e Tremonti incontrano gli imprenditori di Varese, i fedelissimi del governo, per spiegare cosa è stato fatto per loro.

Gli imprenditori che sono sempre rimasti in disparte, che non si sono mai esposti, che non hanno mai fatto sentire la loro voce adesso gridano: “Basta!”

Fanno di tutto per saldare i conti: da molti è stata definita una vera e propria “Etica Deontologica” dei piccoli imprenditori. Ma quando sono loro che devono essere pagati da grandi imprese, fanno fatica a riscuotere ciò che spetta loro . È questo il giochino che permette alle grandi imprese di non chiedere prestiti.
I piccoli imprenditori, invece, alle banche si devono rivolgere per forza e chiedono aiuto ad esse, che per concedere un fido vogliono continuamente  garanzie, e le garanzie che chiedono ai piccoli sono garanzie personali.
La parola fallimento non esiste nel vocabolario del piccolo imprenditore. Significherebbe fallire nel vero senso della parola: vorrebbe dire mandare all’aria un progetto in cui si è creduto e investito anima e corpo. Vorrebbe dire rimanere senza casa, oltre che senza lavoro. Diverso quando si tratta di grandi imprese gestite da manager. 

Forse fra molto tempo, quando tutto sarà superato e un po’ dimenticato, sui futuri libri di storia, leggeremo di “quella crisi del 2008” che piegò molti paesi  - fra cui anche il nostro -   ma che fu teatro di sconvolgimenti sociali, del superamento di vecchi stereotipi e della riscoperta di un vero spirito di collaborazione.
Perché, chissà come, solo nei momenti di estrema difficoltà, superiamo ostacoli  insormontabili e ci ritroviamo tutti più o meno dalla stessa parte,  contenti di non essere soli e di non essere così diversi.

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Preoccupanti tendenze…

homer

Nel post precedente abbiamo parlato del Job Fair, la fiera del lavoro, e vi ho esternato il mio sconcerto di fronte a tanti giovani( e meno) che proprio non hanno la minima idea di cosa sia e cosa voglia il mondo del lavoro. Adesso però il mio sconcerto cresce ancora di più, direi in modo esponenzialmente smisurato. Sulla rivista di ottobre di AIDP, l’Associazione Italiana per le Direzione del Personale, ho letto un articolo sui “giovani nè nè” di Paolo Foschi, con dei dati che credi davvero siano frutto della fantasia di qualcuno.Avevo sentito parlare di questo fenomeno ma non credevo che fosse così diffuso e sostenuto. In pratica, secondo il “Rapporto giovani 2008″,1.900.000 giovani fra i 25 e i 35 anni, cioè un buon 23,75%, non studiano e non lavorano. Se fosse tutto qui, per quanto comunque sconvolgente, non sarebbe niente, perchè in fondo molti di essi potrebbero e sono inattivi solo perchè non riescono a trovare un lavoro. Il bello viene adesso….di questo milione e novecento mila, 700.000 giovani si dichiarano inattivi per scelta, ovvero deliberamente queste persone hanno deciso di non lavorare e di non studiare. Perchè? Molti affermano che lo studio sia un’ inutile perdita di tempo e quindi non vale la pena perorare questa causa, molti sono convinti che non troveranno mai lavoro e quindi non lo cercano, altri ancora non vogliono entrare nella cosiddetta “generazione mille euro”, ovvero quei giovani che fanno lavori pagati poco e che ti danno anche poca soddisfazione. Qual è la logica che ti porta a scegliere il nulla rispetto a un qualcosa???Badate bene, io sono molto “integralista”, per me molti concetti si traducono in scelte del tipo “bianco” o “nero”, ma in questo caso proprio non capisco…fare un lavoro che non ti soddisfa al 100%, sia da un punto di vista economico che da un punto di vista motivazionale, ti può permettere comunque di migliorare, capire le dinamiche lavorative, fare conoscenze con le persone, arricchire, in un modo o nell’ altro, il proprio bagaglio “culturale”; e allora perchè così tante persone hanno scelto il nulla? Altro dato che mi ha lasciato sbalordita, riguarda la fascia di età sottostante, i più giovani. Tra i 15 e 19 anni ci sono 270.000 “nè nè”: 50 mila di questi per scelta,e 11 mila perchè a loro “non serve” e “non ne hanno bisogno”. AIUTO!!! Inoltre sembra che questa crisi invece di scoraggiare questo terribile fenomeno lo abbia INCREMENTATO! Com’è possibile? Ricordo a tutti che, pur quanto non sia comodo crederlo, NOI SIAMO ARTEFICI DEL NOSTRO DESTINO; sta a NOI fare in modo che le cose migliorino, cambino e si evolvano…lasciando e rinunciando sicuramente non otterremo risultati felici. I ragazzi che sono venuti al Job Fair erano spaesati e in certi casi fuori luogo, ma certamente impegnati nella ricerca di un lavoro, perchè, adesso più che mai, le persone hanno bisogno di lavorare. E questi “nè nè” cosa faranno?Quale sarà la loro evoluzione personale e professionale?E di conseguenza come sarà la società?

Al Job Fair uno spaccato di società…

 

jobfair

Siamo da poco ritornate al nostro adorato ufficio, dopo due giorni di Job Fair, che ci hanno proprio provato.
Venerdì e sabato scorsi, il 23/24 ottobre, al Saschall si è svolta una manifestazione importante: la fiera del lavoro! Personae era lì, con il suo stand, pronta ad orientare ed indirizzare, per quello che è possibile, una schiera di giovani e meno giovani.
E sì, perchè quest’anno, com’era facile pensare, alla manifestazione non hanno partecipato solo giovani neo-laureati o neo- diplomati, ma anche una serie di persone che hanno perso il lavoro o alle quali fra poco scadrà il contratto, sempre a causa della tanto nominata crisi.
Per noi è stato come aprire una finistra su un vero e proprio spaccato di società. Siamo rimaste un po’ interdette di fronte a persone che non hanno la minima idea di come ci si presenti, che lasciano il proprio Curriculum e solo dopo ti chiedono di cosa si occupa l’Azienda, ragazzi accompagnati dai genitori, o ancora peggio, genitori che consegnano il Curriculum dei propri figli; abbiamo assistito ad uno spettacolo di “attori” spaesati che si trascinavano da uno stand all’altro mossi dall’inerzia senza in realtà avere la minima idea di dove andare.
I giovani e i più maturi, dovrebbero rendersi conto che, oggi più che mai, il lavoro scarseggia e che i futuri e possibili candidati aumentano a vista d’occhio; sono quindi i piccoli accorgimenti e le piccole premure che fanno la differenza in questo mare popolato da troppi pesci. Ci dovrebbe essere una maggiore attenzione ai propri atteggiamenti, al proprio modo di presentarsi e di presentare il proprio Curriculum, al proprio abbigliamneto.
Ovviamente non voglio dire che basti questo per trovare lavoro: le qualifiche, le competenze e le abilità personali giocano un ruolo fondamentale, ma fra una schiera di laureati, super dottori con master costosissimi e super blasonati sarà il particolare a fare la differenza.
Inoltre è importante ricordare che le competenze tecniche si possono acquisire anche in corso d’opera; un’azienda può decidere di assumerti anche se non hai quelle competenze tecniche specifiche, perchè sa che sarà possibile trasmettertele in futuro. Ciò che fa la differenza sono le competenze relazionali e trasversali.
Questo post non vuole assoutamente essere un’ accusa ma piuttosto un appello a tutti quei giovani che cercano di trovare lavoro e che commettono piccoli errori dei quali non sono neanche consapevoli, ma comunque fondamentali per presentarsi in modo corretto nel mercato del lavoro.

Stress da lavoro correlato: il caso France Telecom

Flavia Rey

Il caso di France Telecom ha lasciato tutti a bocca aperta. Ventiquattro suicidi!
Spesso ci capita di sentire di morti sul lavoro, le cosiddette morti bianche, ed ogni volta si scatenano contemporaneamente rabbia, indignazione, sgomento, terrore, proteste perchè nessuno deve morire lavorando. Si lavora per vivere, non per morire.
Spesso succede che qualche operaio cada giù da un’impalcatura che non rispetta le norme di sicurezza, o che qualcuno si ammali a causa di prolungate esposizioni a materiali dannosi per la salute, ed ogni volta restiamo esterrefatti davanti a simili eventi. Ma a France Telecom le cose stanno diversamente, non si può parlare di disattenzione o di mancato rispetto delle norme di sicurezza, alcuni dipendenti consapevolmente hanno deciso di togliersi la vita. Perché?

Dal febbraio 2008 sono stati ventiquattro i suicidi fra i dipendenti, l’ultimo proprio a fine settembre: un uomo, un padre di famiglia di 51 anni, si è gettato da un viadotto vicino ad Annecy.
Per la precisione sono trentaquattro i dipendenti della France Telecom che hanno tentato di uccidersi a causa probabilmente di un contesto lavorativo molto simile a un inferno.

All’ inizio di settembre una donna di 33 anni si è gettata da una finestra del quarto piano della sede di Parigi; pochi giorni prima un tecnico della sede di Troyes si è pugnalato nel bel mezzo di una riunione. Un gesto che sicuramente non vuole passare inosservato, un atto forte. Solo una grande disperazione può dare la forza e la determinazione per compiere un gesto che richiede tanta energia rivolta contro sé stessi,  in disprezzo del più atavico istinto dell’uomo: la conservazione.

Ma qual è l’ambiente di lavoro che fa perdere la voglia di vivere, e per di più a così tante persone? Sicuramente il clima che regna è un clima con un alto fattore stressogeno che forse la direzione non ha saputo cogliere; probabilmente le persone lavorano sotto pressione in un ambiente conflittuale e poco rilassato; probabilmente fra colleghi non ci si aiuta ma si cerca di primeggiare anche a scapito dell’altro.

France Telecom, dopo l’ennesimo suicidio, ha annunciato i primi provvedimenti, mettendo fine, a livello nazionale, “al principio di mobilità dei quadri ogni tre anni“. Ogni tre anni, per far carriera, una persona doveva cambiare sede di lavoro e spesso anche ruolo. Una mobilità così frequente comporta sradicamento da un contesto vissuto, non solo per la persona, ma spesso per l’intera famiglia. Lo stress quindi è elevato a dimensione sociale.

Questo episodio ci serve come spunto per capire quanto lo stress correlato al lavoro giochi un ruolo decisivo non solo nella vita professionale delle persone, ma nell’intero contesto sociale. In Italia, dal 15 maggio scorso è in vigore il Decreto legislativo 81 /2008, riguardante la prevenzione della salute e della sicurezza sul lavoro, che ha sostituito l’intera normativa precedente. Sono state inserite novità in materia di sicurezza in relazione ai fattori di stress e alla classificazione dei rischi sul lavoro.

La valutazione dei rischi deve riguardare infatti tutti i pericoli per la sicurezza dei lavoratori, compresi quelli collegati allo stress correlato al lavoro.
Il testo stabilisce che “il datore di lavoro” e’ tenuto a valutare questi rischi e ad indicare le misure di prevenzione e protezione individuate e le procedure per la loro attuazione.
Lo stress ha effetti negativi sulla salute delle persone, sulla qualità e sui risultati del lavoro, sulla sicurezza. Il 50% dei malati di tumore, con un livello di gravità identico, ha probabilità di guarire se non è sottoposto a stress.
Per ridurre i rischi e’opportuno attuare un processo che permetta di individuare le principali fonti di stress e programmare adeguate strategie preventive e, laddove si renda necessario, intervenire adeguatamente per ridurlo.

Le cause di stress possono essere svariate, da cambiamenti radicali nella gestione ed organizzazione del lavoro,  a inadeguata formazione a svolgere un determinato incarico, la precarietà del lavoro o il passaggio a un ruolo inadatto, fino ad arrivare a violenze e molestie di natura psicologica.

Tutto questo non è solo una legge ma è la presa di coscienza legislativa che è finita l’ epoca delle macchine ed iniziata l’ epoca dell’uomo.

Il periodo, l’era, l’eternità in cui la persona è finalmente considerata al centro della vita e il fine di tutte le azioni.

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Scalo marcia e riparto da me!

chianti

Leggendo un articolo del Corriere della Sera sono venuta a conoscenza di una pratica che all’estero è già stata sperimentata, ma che solo adesso si sta affacciando sull’orizzonte italico.

Forse molti di voi già la conoscevano,ma io devo dire che sono rimasta a dir poco affascinata. DOWNSHIFTING – scalare marcia, rallentare. E’un’esperienza nata in Austrialia e riguarda tutte quelle persone che si sentono sobillate di cose da fare, sempre stressate e sempre alla rincorsa del tempo. In pratica si tratta di un cambiamento radicale della propria vita che ti porta, nella maggioranza dei casi, a lascire la città in favore della campagna, smettendo di lavorare e di progettare la propria esitenza minuto per minuto. E’ curioso come  le cose si siano completamente invertite rispetto alla fine del XIX, quando il mondo ha assistito al fenomeno dell’urbanizzazione, i contadini lasciavano le campagne per trasferirsi in città e poter così lavorare. Adesso è esattamente l’opposto, la gente abbandona la città per poter smettere di lavorare.

L’articolo racconta la storia di Simone, un impegnatissimo manager, che ad un certo punto della sua vita ha deciso di rallentare i suoi  frenetici ritmi quotidiani.
Non fermatevi all’apparenza giudicandolo un banale colpo di testa, al contrario è un’operazione complicata che va studiata e pianificata. Occorre un bel gruzzoletto per poter smettere di  lavorare per dedicarsi all’ “ozio creativo” – come molti lo hanno definito. Spesso si scappa in posti in cui il costo della vita è meno elevato per poter sopravvivere con qualche lavoretto e con i rispiarmi di una vita.

Su 19 libri pubblicati fra il 2007 e il 2009 sull’argomento solo due raccontano della storia di una famiglia; ovviamente i figli sono  un peso importante sulla bilancia della decisione, perchè non decidi più se cambiare solo la tua di vita, ma anche quella di qualcun’altro.
Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone che hanno deciso di rallentare, tutte con età compresa fra i 25 e i 45 anni.

Esistono così due universi contemporanei e paralleli: quello frenetico e vivace della città e quello ameno, rilassato, quasi bucolico, della campagna. Dobbiamo solo decidere in quale dei due vogliamo vivere.
Io adesso opterei per il quadretto di campagna…e tu??

Spazi di informazione..

tazzina caffè

La settimana scorsa sono stata a un corso sui “business blog” e il docente,fra le altre cose, ci ha illustrato un po’ di case history di successo. Quello che più mi ha colpito è un blog che si chiama “Aprire un bar”; lo scrive Gabriele che lavora alla Mokaflor, una torrefazione fiorentina. Il tema trattato in questo blog è ovviamente distante anni luce dai temi trattati nel nostro, ma ciò che mi ha colpito è l’idea che sta dietro il blog. Alla Mokaflor si sono accorti che molti ragazzi, volenterosi di aprire bar, si perdono poi nella burocrazia che, come tutti sappiamo, è difficile da seguire. Così è nata l’idea… creare uno spazio, un raccoglitore di esperienze che hanno accumulato in tanti anni di lavoro, per metterlo al servizio delle persone. Hanno voluto creare un punto di riferimento, un interlocutore capace per i giovani e i meno giovani, che si affacciano a questa avventura. È un po’ l’idea che ha spinto noi a creare il nostro blog, anche noi vorremmo creare uno spazio dove parlare discutere e informare le persone. Vorremmo fornire un servizio utile a tutte quelle persone che si occupano, o semplicemente si interessano, alle risorse umane… Quindi complimenti alla Mokaflor che non si è limitata a fare un blog pubblicitario ma che realmente sta fornendo un servizio, un “più”

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